La storia del telaio antico
LA TRADIZIONE DEL TELAIO ANTICO
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Fin dall’antichità, abbiamo testimonianza di tentativi di processi di tessitura, ideati dall’uomo in alternativa agli indumenti in pelle animale. Basti pensare alle incisioni rupestri in Valcamonica, dove veniva rappresentato un telaio a peso.
Col tempo quest’arte si è andata affinando, anche attraverso la scoperta e la sperimentazione di fibre tessili vegetali, già che nell’antica Roma, si avvaleva di ricami preziosi e fortemente artistici. In un passato più recente, l’arte del telaio divenne più un esigenza pratica che un forma di espressione creativa.
Con l’avvento della modernità, e le grandi produzioni industriali, la tessitura a telaio, rimase il riferimento tessile per le famiglie meno agiate, e per tutti gli amanti delle tradizioni antiche. La tessitura, divenne una delle attività più diffuse, nei paesi e nelle campagne. Alle donne veniva tramandata l’arte della tessitura, e fin da piccole imparavano a lavorare al telaio, addirittura, spesso, il telaio stesso, faceva parte della dote della sposa.

Molte le manifatture, e tutte di estrema bellezza. Una bellezza semplice, essenzialmente naturale, ma di grande valore sia artistico che emozionale. Veniva realizzato di tutto, prevalentemente elementi per la dote della futura sposa, quindi coperte, lenzuola, asciugamani, tappeti, e strofinacci.
Le materie prime utilizzate erano le classiche fibre naturali: il cotone, la lana, il lino, coltivato e lavorato con grande impegno dai contadini dalla semina alla tessitura.
La ginestra, Spartium junceum, in Calabria, era tra le fibre maggiormente utilizzate. Molto diffusa sul territorio aspromontano, produceva una fibra grossolana per tessere sacchi, bisacce e tele per il trasporto dei prodotti agricoli e, durante l'ultima guerra, anche indumenti, per la scomparsa dal mercato delle fibre più nobili come il cotone e il lino.
Il periodo della raccolta della ginestra è previsto nella stagione estiva, durante i mesi di giugno, luglio, agosto e settembre.
Affinché la lavorazione sia ottimale, è necessario che le piante ginestra siano colte tenere, cioè prima che si irrobustiscano eccessivamente. La pianta non deve aver superato l’anno di crescita.
Falciata la pianta e assemblata in piccoli fasci, si inserisce in un calderone con dell’acqua bollente, circa 100°, e si sbollenta leggermente. Terminata tale cottura, si passa alla fase di ammollo. I mazzetti devono restare in ammollo, sotto acqua corrente per nove giorni, sotto un peso che ne impedisce la mobilità.
Trascorsi i nove giorni, si procede allo strofini, nella sabbia, ed ogni fascio di ginestra verrà sfaldato in tanti filamenti, poi raggruppati sotto forma di palla. Quest’ultima immersa nell’acqua e ripetutamente battuta con una mazza di legno, così da cerare un insieme omogeneo.
Si giunge alla fase finale, ossia la filatura, la trasformazione in gomitoli del filato.
Caratteristica e molto laboriosa la sua produzione, che prevede quattordici passaggi, prima di realizzare il prodotto finito. Allo stesso tempo le manifatture in ginestra sono molto apprezzate e ricercate, non solo per la loro resistenza e durata, ma soprattutto per la naturalezza che esprimono che rimane assolutamente unica nel suo genere.


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Dagli anni Cinquanta in poi, il copri cassa vede cambiare completamente il suo valore d’uso subendo una trasformazione nell’utilizzo che già aveva subito la grande coperta da letto. Con lo sviluppo della commercializzazione e dei prodotti industriali, l’arazzo copri cassa si è visto cambiare in tappeto.

I lavori delle donne di San Luca sono produzioni artigianali realizzate a mano e appartenenti alla più classica tradizione calabrese e meridionale.
Nelle foto a seguire alcuni esempi dei manufatti delle nostre donne.
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Allestimento a cura delle sig.re Teresa e Antonia Giampaolo
Foto a cura della sig.ra Aurelia Marando
Cenni storici sulla ginestra a cura della sig.ra Saveria Giorgi.


